Kinesiofobia: quando la paura del movimento ostacola il recupero

Illustrazione della kinesiofobia e del circolo tra dolore, paura del movimento, evitamento e riduzione dell'attività.

Quando un movimento provoca dolore, evitarlo è una risposta naturale di protezione. Ma se il dolore persiste, la paura di muoversi può continuare anche quando alcuni movimenti potrebbero essere progressivamente recuperati. Si può così creare un circolo nel quale dolore, paura ed evitamento si rinforzano reciprocamente, rendendo più difficile tornare alle normali attività.

Questo fenomeno viene definito kinesiofobia ed è particolarmente studiato nel dolore muscoloscheletrico cronico.

Cos'è la kinesiofobia?

Il termine kinesiofobia descrive una paura eccessiva del movimento o dell'attività fisica legata alla convinzione che muoversi possa provocare dolore, aggravare il problema o causare un nuovo danno.

Non ogni paura del movimento è patologica.

In presenza di un trauma o di una fase acuta dolorosa, modificare temporaneamente alcuni movimenti può rappresentare una normale strategia protettiva. Se appoggiare un piede dopo una distorsione provoca dolore, per esempio, è naturale cercare di proteggerlo.

Il problema può comparire quando l'evitamento persiste nel tempo e diventa sproporzionato rispetto alla condizione clinica.

Il paziente può progressivamente associare il movimento alla possibilità di provare nuovamente dolore e iniziare a evitare non soltanto i gesti dolorosi, ma anche attività che potrebbero essere recuperate in sicurezza.

Dolore, paura e movimento: il Fear-Avoidance Model

Uno dei modelli più utilizzati per comprendere questo fenomeno è il Fear-Avoidance Model, o modello paura-evitamento.

Il modello descrive due possibili percorsi dopo un'esperienza dolorosa.

Quando il dolore viene interpretato come un'esperienza gestibile, la persona tende progressivamente a riprendere le proprie attività.

Quando invece viene percepito come un segnale di pericolo o di possibile danno, possono aumentare paura, attenzione verso il dolore e comportamenti di evitamento.

Può così instaurarsi un circolo:

dolore → paura del dolore o del danno → evitamento del movimento → riduzione dell'attività → maggiore limitazione funzionale → ulteriore paura del movimento

Il Fear-Avoidance Model è stato ampiamente studiato nella letteratura sul dolore muscoloscheletrico. Non deve però essere interpretato come una sequenza inevitabile o identica in tutti i pazienti.

Perché evitare il movimento può diventare un problema

Ridurre temporaneamente un'attività può essere appropriato in alcune condizioni acute. L'evitamento prolungato, invece, può contribuire a una progressiva riduzione dell'attività fisica e delle capacità funzionali.

Il paziente può iniziare a evitare gesti apparentemente semplici: piegarsi, sollevare un oggetto, salire le scale, camminare per una certa distanza oppure praticare attività fisica.

Con il tempo possono comparire decondizionamento fisico, riduzione della forza e della mobilità e difficoltà crescente nello svolgimento delle normali attività quotidiane.

Parallelamente può diminuire la fiducia nella propria capacità di muoversi.

Si crea così un possibile paradosso: il movimento viene evitato per proteggersi dal dolore, ma la progressiva inattività può rendere più difficile recuperare la funzione.

La relazione tra kinesiofobia e limitazione funzionale è stata osservata in diverse condizioni muscoloscheletriche.

Avere paura del movimento significa che il dolore è psicologico?

No.

La presenza di kinesiofobia non significa che il dolore sia immaginario, né che il paziente debba semplicemente convincersi che il dolore non esiste.

Nelle condizioni croniche l'esperienza dolorosa è complessa e può essere influenzata da molteplici fattori biologici, neurologici, funzionali, psicologici e sociali.

La paura del movimento può svilupparsi dopo settimane, mesi o anni trascorsi convivendo con episodi dolorosi e con la preoccupazione che determinate attività possano provocarli nuovamente.

Per questo motivo il paziente deve essere valutato nel suo insieme, distinguendo i movimenti realmente controindicati da quelli che possono essere progressivamente recuperati.

Come si riconosce la kinesiofobia?

La valutazione parte dalla storia clinica.

È utile comprendere quali attività il paziente abbia smesso di svolgere, quali movimenti consideri pericolosi, che cosa tema possa accadere muovendosi e quanto queste convinzioni interferiscano con la vita quotidiana.

Esistono inoltre strumenti specifici per misurare la paura correlata al movimento.

Uno dei più conosciuti è la Tampa Scale of Kinesiophobia (TSK), un questionario utilizzato nella ricerca e nella pratica clinica per valutare convinzioni e comportamenti associati alla paura del movimento.

Il questionario non sostituisce la valutazione clinica, ma può contribuire a identificare e quantificare una componente che rischierebbe altrimenti di essere sottovalutata.

Dolore non significa sempre nuovo danno

Una delle convinzioni che può alimentare la paura del movimento è:

«Se sento dolore, significa che mi sto danneggiando».

In alcune situazioni acute il dolore rappresenta effettivamente un importante segnale di protezione e richiede di individuarne la causa.

Nel dolore persistente, tuttavia, la relazione tra intensità del dolore, stato dei tessuti e capacità funzionale può diventare più complessa.

Questo non significa ignorare il dolore o muoversi indiscriminatamente.

Significa effettuare una valutazione clinica appropriata, identificare eventuali condizioni che richiedono protezione o trattamento specifico e stabilire quali attività possano invece essere recuperate progressivamente e in sicurezza.

Come si affronta la paura del movimento?

Non esiste un unico trattamento della kinesiofobia valido per tutti.

L'approccio dipende dalla causa del dolore, dalla durata dei sintomi, dalle condizioni cliniche della persona e dal grado con cui la paura interferisce con il recupero.

Il percorso può comprendere educazione sul dolore, esercizio terapeutico progressivo, riabilitazione, recupero graduale delle attività evitate e, quando indicato, interventi psicologici e trattamento della condizione dolorosa sottostante.

L'obiettivo non è costringere il paziente a sopportare il dolore, ma aiutarlo a ricostruire progressivamente sicurezza e fiducia nel movimento.

Per questo motivo è importante stabilire quali attività possano essere recuperate e con quale gradualità, all'interno di un percorso personalizzato.

Il ruolo della terapia del dolore

In alcuni pazienti esiste un ostacolo concreto alla riabilitazione: il dolore è sufficientemente intenso da rendere difficile il movimento o la partecipazione al percorso riabilitativo.

In queste situazioni è necessario comprenderne la causa e stabilire quale trattamento sia appropriato.

Quando esiste una specifica indicazione clinica, il trattamento farmacologico o una procedura di terapia del dolore possono essere inseriti all'interno di un percorso più ampio.

L'obiettivo non è "curare la kinesiofobia" attraverso una procedura interventistica.

Il possibile ruolo della terapia antalgica è piuttosto quello di controllare una componente dolorosa che ostacola il recupero, creando, nel paziente correttamente selezionato, condizioni più favorevoli per riprendere il movimento e il percorso riabilitativo.

Procedure come le infiltrazioni ecoguidate, la radiofrequenza o altre tecniche interventistiche devono quindi essere considerate sulla base della diagnosi e dell'indicazione clinica individuale, non semplicemente perché è presente paura del movimento.

Recuperare il movimento significa recuperare funzione

Nel dolore cronico il risultato di un trattamento non dovrebbe essere valutato soltanto attraverso l'intensità del dolore.

È importante considerare anche ciò che il paziente riesce nuovamente a fare.

Camminare più a lungo, salire le scale, tornare al lavoro, guidare, svolgere le attività quotidiane o riprendere gradualmente l'esercizio possono rappresentare risultati clinicamente significativi.

Per questo, quando la paura del movimento è diventata parte del problema, riconoscerla può essere un passaggio importante del percorso terapeutico.

L'obiettivo non è convincere il paziente a ignorare il dolore, ma aiutarlo a distinguere ciò che deve realmente essere protetto da ciò che può essere progressivamente recuperato.

Perché curare il dolore cronico significa, quando possibile, non soltanto ridurre il sintomo, ma restituire movimento, funzione e autonomia.

Fonti

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Autore
Dr. Alessandro Giammarusti
Neurochirurgo e Terapista del dolore

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